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Però tanto so’ donna e il militare non l’avrei fatto

  • 22 settembre 2015
Anche oggi l’attualità si collega ad un mio progetto fotografico, si parla di Miss Italia e immagino che in un blog di fotografia ci si aspetti la foto di una bellissima ragazza, ma non sarà così. Grazie alla sconcertante esternazione della Miss, che suona più o meno così “vorrei tornare nel ’42 per vivere la seconda guerra mondiale, tanto ‘so donna e il militare non l’avrei fatto”, vi farò conoscere la signora Peppina Floris di Gonnosfanadiga, nata il 1° Maggio del 1930.

Lei ha vissuto la seconda guerra mondiale, era donna, non ha fatto il militare, ma non credo vorrebbe rivivere quegli anni, anzi credo proprio non vorrebbe mai averli vissuti. Ho avuto il piacere di conoscerla durante il progetto “Se comprendere è impossibile, ricordare è necessario”, durante il quale ho incontrato, intervistato e fotografato i reduci della seconda guerra mondiale. La storia di Peppina Floris l’ho voluta inserire nel progetto perchè mia nonna era di Gonnosfanadiga e fin da piccolo ho sentito i terribili racconti di quel 17 Febbraio 1943, quando i bombardieri americani sorvolarono il paese per un inaspettato bombardamento causando la morte di 83 civili e il ferimento di altre 98 persone e tra queste, cara miss Italia,  si contarono molte donne e bambini.
Vi cito qualche passo del racconto fatto dalla signora Peppina Floris, se volete potete anche ascoltarlo dalla sua viva voce nel file audio.
“Non mi lasciavano passare perché ero piena di sangue, poi portavo uno zoccolo si e uno no, tutti i fili elettrici in terra, c’era un macello. Perché poi io sono fuggita di nuovo a casa che era vicino perché lì nella piazzetta XVII Febbraio c’era un macello, e io sono fuggita, e quando sono fuggita ho trovato mia zia e tutti i parenti a casa e mia madre mo…morendo…e poi…insomma… mia madre è durata un tre quarti d’ora, neanche…poi è spirata. E c’era soltanto mia sorella che la prendeva e le aveva detto queste parole “baciami che sto morendo e ti raccomando assisti i miei figli”. La grande ero io, eravamo quattro.
Perché quando suonavano le sirene noi fuggivamo come gente pazza e per 7 mesi impazzivamo, soltanto che si sentiva un romore era fuggire, lasciare tutto aperto, tutti disperati.
Perché c’erano anche cervelli nella porta di mia zia…esseri umani…mani… piedi… comunque meglio quello neanche a dirlo.
Senza viveri…io rimanevo tutta la mattina prendendo dai piselli e dalle fave quel “baballotto” (insetto) che esce. E io prendevo l’ago lo tiravo fuori e mi cibavo di quello.”

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